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IL DESIGN GUARDA ALL'ESTERO

n. 42
il progettista industriale

maggio 2006

Industrial Design


Che il nostro design sia apprezzato all’estero è un paradigma
dimostrato dal fatto che in molti settori industriali la firma italiana è
diventata simbolo di qualità. Non stupisce quindi che in un mercato come quello attuale, esteso a «trecentosessanta gradi» sul globo, la presenza in qualunque area geografica di un designer «made in Italy» sia un fatto del tutto normale, anche se i paradigmi devono essere sempre dimostrati e, in un contesto operativo che nel corso dei decenni si è appesantito sotto il profilo socio economico, la difficoltà
del nostro industrial design assomiglia sempre più a una sfida a tutto campo.
Se il fenomeno di un’industria italiana che va all’estero può essere visto come un’opportunità, resta pur sempre il fatto che questa opportunità di «pochi» costituisce senza dubbio un problema di «tanti» e, anche per il design, la diminuzione del numero di aziende che operano sul territorio nazionale impone la ricerca di spazi nuovi e una proiezione verso geografie lontane, come per esempio quelle del mondo orientale.
D’altra parte, poiché il design appartiene, insieme a progettazione, ricerca e produzione, alla sfera del mondo creativo, l’attività dei designer rappresenta un’arma fondamentale per la sfida che la società europea, nonché italiana, si accinge a dover sostenere nel prossimo futuro. In questo panorama industriale è quindi evidente che i designer siano stimolati a emigrare verso aree geografiche in crescita, dove
è più facile trovare spunti interessanti per fornire una prestazione professionale dai risultati pratici più tangibili.

Ma cosa significa, per un designer italiano, solgere lo sguardo all’estero? Qual’è, poi, l’approccio da adottare e quali sono le problematiche che il designer si trova ad affrontare quando decide di aprire questo sguardo? Non è facile rispondere in modo omogeneo, anche perché le esperienze di ciascuno sono diverse, così come sono diverse le circostanze che conducono il designer verso una o l’altra nazione. Pare evidente che la conoscenza delle lingue, così come la propensione ai viaggi,
siano entrambi due elementi indispensabili per approdare su lidi stranieri,
ma anche il rapporto prestabilito con aziende che operano su un panorama di mercato mondiale favorisce questa circostanza. Vediamo, allora, attraverso l’opinione di alcuni designer, come questa vicenda, diventata oggi così rilevante, sia vissuta dagli stessi come


«In paesi come Cina e India, la moto viene considerato il mezzo fondamentale per lo spostamento della persona».

Cosa significa l’estero per l’attività di un designer?
Nell’articolo le esperienze di quattro attori che hanno allargato
il loro sguardo verso nuove esperienze in nazioni straniere.

Da sempre uno sguardo all’estero

Un’esperienza professionale vissuta nell’ottica di un servizio completo all’azienda committente costituisce una giustificata sollecitazione a guardare, soprattutto oggi, ai paesi a economia emergente. L’ingegner Roberto Ugolini, Presidente di Ugolini Design, è fermamente convinto che «sia indispensabile una buona esperienza nello sviluppo completo di un progetto di industrial design per poter accedere proficuamente alle realtà industriali estere». «Facendo particolare riferimento alla nostra realtà, in un momento nel quale le aziende italiane hanno ridotto
la loro presenza e, quindi, la richiesta di servizi di industrial design, è diventato fondamentale», spiega Ugolini, «estendere in modo determinante lo nostra attività verso l’area dei paesi orientali,
India e Cina in primis». «Operando con partner locali, che abbiamo cercato e con i quali abbiamo stabilito rapporti all’insegna di un’operatività svolta a 360 gradi e, quindi, nell’ottica di un supporto completo al processo di sviluppo di nuovi prodotti, ci siamo resi conto
di essere entrati in realtà certamente diverse dalla nostra, ma nelle quali è
possibile perseguire interessanti obiettivi professionali, nell’ottica appunto di una progettualità e di un design completi». «Per quanto concerne le problematiche di un designer italiano che va all’estero possiamo certamente porre in primo piano la necessità di doversi
confrontare con realtà e culture, modi di lavorare, completamente diversi dalla nostra». «Anche se, come realtà di design, abbiamo da sempre rivolto il nostro sguardo all’estero, soprattutto in Europa, la novità è che negli ultimi anni ci siamo spinti in realtà ben diverse, come India e Cina dove, mettendo a frutto le precedenti esperienze, svolgiamo un’attività di industrial design che si esprime in un supporto completo alle aziende locali, per lo sviluppo di nuovi prodott. In tal senso, ci riteniamo anche dei formatori e come tali veniamo spesso considerati dai nostri interlocutori». «Rispetto della cultura locale e
flessibilità» sono ingredienti fondamentali per poter operare in modo proficuo in questi paesi; se l’aspetto culturale risulta importante per saper interpretare le richieste di quel mercato, la flessibilità è indispensabile per poter adattare la nostra esperienza alle reali esigenze
dello stesso mercato. «Tanto per fare un esempio», sottolinea Ugolini, «se una moto viene ritenuta, da noi, come un veicolo complementare all’auto, in paesi come Cina e India esso viene considerato il mezzo fondamentale
per lo spostamento della persona. Ne deriva che l’approccio progettuale per un motociclo deve tener conto di priorità, come la funzionalità, il comfort, la robustezza e l’essenzialità, che sono
differenti da quelle della nostra realtà sociale, dove magari l’aspetto stilistico
o il richiamo sportivo possono essere ritenuti di maggiore rilevanza e, quindi, prioritari». Se è vero che la mancanza d’esperienza di un giovane designer può limitarne la possibilità d’accesso ad
attività all’estero, è altrettanto vero che anche per un designer dall’esperienza consolidata la questione non è semplice e tanto meno automatica, perché richiede una totale «riconversione» mentale.

«L’estero», conclude Ugolini, «bisogna cercarselo, facendo un’attenta ricerca e svolgendo anche adeguate attività promozionali. D’altra parte, la situazione di un rapporto collaborativo con l’estero può assumere varie caratteristiche; si va dalla semplice offerta di un’ipotesi di bozzetto, per la quale può essere sufficiente un’interazione Internet, fino a servizi di supporto completi, come appunto il nostro e, in tal caso, è indispensabile comprendere a fondo la cultura locale, vivendola direttamente, magari per diversi mesi».

Giovanni Albertario

 

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